di Walter Luzi
Gianfranco Salvi scrive ancora tutto con la sua vecchia penna stilografica. L’inchiostro, di colore verde, è quello di sempre. I tratti della sua calligrafia in corsivo, come lui, hanno l’eleganza della sobrietà e della concretezza. Ha scritto così, a mano, dopo tante insistenze da parte di chi gli è più caro e vicino, il libriccino di memorie sulla nascita del grande stabilimento farmaceutico di Ascoli Piceno. Che oggi appartiene al colosso americano Pfizer, ma che, quando è stato inaugurato, cinquantatré anni fa, si chiamava Carlo Erba, e parlava solo italiano. Un piccolo libro delle sue memorie sulla nascita della più grande fabbrica ascolana di oggi, che verrà presentato domenica 6 aprile, alle 16, nella Sala della Ragione del Palazzo dei Capitani.
Gianfranco Salvi compirà novant’anni fra poco, a maggio. Ma continua a lavorare ancora. O meglio, continua a divertirsi, come dice lui. Non può essere liquidato con una semplice etichetta, perché sarebbe ingiusto e riduttivo. Non ditegli che è stato capace di fare cose grandi nella sua vita, perché è schivo per natura e ai troppi complimenti si sottrae. È stato uomo del fare. E fare bene. Per il Bene Comune. Uomini e valori ormai quasi del tutto estinti ai giorni nostri. Mettevi comodi. Perché le storie della sua lunga vita da raccontare non sono poche.
Giovan Battista Salvi , il mangiapreti
I Salvi sono tutti cesenati, famiglia di medici, anche famosi. Farmacisti, veterinari, dottori. A Cesena la farmacia storica che aprì il padre, e che porta il loro nome, al civico 6 di via Zeffirino Re, c’è ancora. Gianfranco Salvi nasce a Bologna nel 1935.
Il lunghissimo e blasonato albero genealogico della sua famiglia risale i secoli fino a incontrare il suo bisnonno, Giovan Battista Salvi, e il suo feudo, che da Cesena si allungava fino a Forlimpopoli. Terre, boschi, caseggiati, chiese e conventi che Napoleone III° aveva confiscato alla Chiesa e rivenduto ai nobili locali sotto la minaccia della scomunica per tutti quelli che avessero osato ricomprarli all’asta. E Giovan Battista Salvi, un affarista con un pelo sullo stomaco lungo così, fu fra i mangiapreti che degli anatemi e di quella terribile minaccia papale se ne infischiarono altamente. E anche degli aspri e scandalizzati rimproveri dei suoi fratelli, tutti molto più devoti di lui. In fondo era il modo migliore per arricchire, sé stessi e tutti i discendenti, in fretta e senza sforzo.
Tre generazioni dopo il papà di Gianfranco, Luigi, non dimostra lo stesso senso degli affari dello spregiudicato avo. A differenza dei tanti fratelli, che lo liquidano presto, non punta sulla conservazione dei capitali. Si vende tutto, terre e immobili, e investe in titoli bancari. Dispone così di una liquidità ingente per i tempi, ma ripone eccessiva fiducia nelle banche, che, invece, non renderanno mai fruttuosi tutti i suoi, pur molto cospicui, investimenti.
Per contenere la debacle finanziaria, nel 1939 vende quello che si è salvato delle sue proprietà e ripara in provincia. Con Elvira, detta Bianca, sua moglie, nata a Pieve di Cadore quando era ancora in territorio austriaco, si trasferisce in un piccolo paesino sopra Modigliana, Tredozio, sull’appennino tosco-emiliano. Qui il papà di Gianfranco, laureato in Chimica e diplomato in Farmacia, perché questo corso di laurea ancora non esisteva, apre una farmacia. Iniziare a lavorare, per uno poco abituato come lui, è davvero dura, ma dimostra di sapere il fatto suo come farmacista. Prepara infatti nel suo laboratorio i preparati galenici, soprattutto per la medicina veterinaria, che sono molto apprezzati fra tutti gli allevatori della zona. Gianfranco Salvi vive una vita che resta, comunque, agiata. Anche durante la guerra in casa sua non si manca di nulla. Frequenterà le scuole fra Faenza e Bologna. Andrà per le vacanze invernali a sciare a Cortina. Vorrebbe fare il medico, ma la farmacia di famiglia, nel frattempo spostata a Cesena, segna il suo percorso di studi.
Si laurea il 19 novembre del 1958 all’università di Bologna dottore in Farmacia. Dietro quel bancone ci resta solo un paio d’anni. Con la sua Olivetti Lettera 22 scrive e invia infatti decine e decine di curriculum a diverse aziende italiane. Gli risponde solo una. La Carlo Erba di Milano.
Dov’è Ascoli Piceno?
Gianfranco l’anno prima ha sposato Liliana. L’arrivo dei figli non tarderà. Alla Carlo Erba lo destinano al Marketing. Frequenta un corso di formazione a Milano per sei mesi, studiando i farmaci destinati all’Italia prodotti dall’azienda. Nel 1960 gli comunicano il trasferimento ad Ascoli Piceno. E dov’è Ascoli Piceno? «Vada fino ad Ancona, e poi lì chieda indicazioni». Gli rispondono.
Si preoccupa già di quanto tempo dovrà rimanerci in quel posto sperduto. «Non si preoccupi – gli risponde il suo direttore di marketing Antonio Gherardi – solo un paio d’anni al massimo».
Invece sceglierà di restarci per sempre. I suoi due figli, Marco, nel 1960, e Federica, nel 1964, nasceranno qui. Lui preferirebbe almeno stare a San Benedetto, che ha una bella stazione direttamente collegata con la sua Romagna. Niente da fare. Ascoli, capoluogo di provincia e ideale baricentro dei mercati del centro Italia, fa parte ormai del suo destino. Parte sulla sua Fiat 1100-103 nera. Un lusso per i tempi. Ma l’autostrada da Milano finisce a Bologna. La A14 non esiste ancora. Il resto è tutta strada statale adriatica. Viaggio interminabile. La sua qualifica è quella di ispettore di marketing. Controlla direttamente una decina di collaboratori, dall’Emilia Romagna sud fino al Molise, Repubblica di San Marino compresa, che fanno il giro di tutti gli ambulatori medici di queste regioni per propagandare i prodotti della Carlo Erba. In Ascoli affitta una casa ammobiliata in viale Marcello Federici e vi si trasferisce insieme alla moglie. Parte il lunedì mattina, e rientra a casa solo il sabato pomeriggio. Per un po’ pensa di accettare la proposta di trasferimento in Argentina che gli ha fatto l’azienda, ma poi, all’ultimo momento, ci ripensa rischiando il licenziamento. Lo spediscono per qualche mese a Reggio Calabria, della quale conserverà solo felici ricordi. Fino a quando un telegramma non lo richiama, d’urgenza, a Milano. Non senza suscitare qualche apprensione.
È l’amministratore delegato in persona che lo convoca per delle importanti comunicazioni.
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Un libro per ricordare
Il progetto del conte Edoardo Visconti di Modrone, che ha sposato la sorella di Carlo Erba, è quello di realizzare un nuovo stabilimento produttivo il più a nord possibile della zona sotto i benefici della Cassa per il Mezzogiorno. Salvi, pratico delle zone per averle battute fino a pochi mesi prima, è l’uomo giusto per sondare i territori e relazionare in merito. Tre le possibili destinazioni, alla fine, prese in considerazione. Chieti, Teramo, o Ascoli Piceno. Il libro di Gianfranco Salvi che verrà presentato domani al Palazzo dei Capitani racconterà nei dettagli tutte le tappe di quel primo, importante, insediamento produttivo nell’ascolano. Con lui ne saranno co-protagonisti, fra gli altri, il sindaco Pacifico Saldari, il geometra Remo Casini, e il presidente De Santis del nucleo industriale. Un progetto “utopico” che partirà nel 1968 e che arriverà a compimento, con l’inaugurazione, nel 1972, seguito, passo passo, da Gianfranco Salvi. Che oggi non ricorda il suo ruolo determinante in quella impresa, o i prestigiosi ruoli rivestiti ai vertici degli organigrammi aziendali per un quarto di secolo. Ma, piuttosto, il dispiacere arrecato ai residenti in quell’area espropriata per fare spazio allo stabilimento, che si videro strappati a quei luoghi, terre coltivate e caseggiati fatiscenti, dove forse erano nati e, comunque, avevano vissuto fino a quel momento. Si chiamava Contrada Navicella di Marino del Tronto. Il primo direttore del nuovissimo stabilimento Carlo Erba fu Alessandro Berneri.
Il primo assunto un giovane e validissimo meccanico di Poggio di Bretta, Sergio Peroni. Il primo farmaco ad essere prodotto, una lavanda vaginale che si chiamava Intol. Il dottor Salvi passerà dalla direzione del marketing a quella del personale, e quindi della produzione. Sarà il direttore dello stabilimento dal 1985 al 1994. Governerà i passaggi di proprietà dalla Carlo Erba alla svedese Pharmacia, poi in società con gli americani della Upjhon, e quindi di nuovo Pharmacia. Sarà il primo artefice del salvataggio della fabbrica ascolana, grazie ad investimenti ed accorgimenti, per aumentarne la produttività, fino a superare quella dei due stabilimenti svedesi, di Malmoe e Stoccolma, del gruppo. Il 31 dicembre 1994 esce di scena in punta di piedi, senza cerimonie in pompa magna di commiato. Ma con il groppo alla gola, quello sì. Non conoscerà mai l’era Pfizer, ma nel 2005 quando ci sarà lo storico passaggio della “sua” fabbrica nel colosso farmaceutico americano sarà il primo a gioirne. Il dottor Salvi si mette a riposo dunque. Ma nemmeno per idea!
Quel primo robot
A 65 anni comincia la sua seconda vita. Fa una prima, breve esperienza alla guida della Asl di San Benedetto del Tronto, prima di passare alla direzione del Parco scientifico e tecnologico delle Marche. Quindi passa a dirigere, nel 1997, la Asl 9 di Grosseto. «Non sapevo nulla – racconta – di come va gestita un’azienda sanitaria, ma, conscio dei miei limiti mi sono sempre circondato di validi collaboratori che poi erano il direttore sanitario e il direttore amministrativo. È così che ho potuto raggiungere qualche successo a San Benedetto del Tronto e poi in Toscana». Per un periodo è anche presidente delle Terme di Montecatini. Alla guida della Asl grossetana scrive la storia della robotica chirurgica in Italia.
«La politica è sempre pronta a raccomandare qualcuno – continua il dottor Salvi – io scelsi un genio che era già stato fregato in concorsi precedenti dalle ingerenze politiche nelle nomine. Gli diedi la carta bianca che voleva. Pier Cristoforo Giulianotti nel 1998 diventa direttore del Dipartimento di Chirurgia Generale presso l’ospedale Misericordia di Grosseto. Fummo noi ad acquistare il primo robot operatorio in Italia. Oggi in Toscana ce ne sono una quarantina, duecento in tutto il Paese. Rischiando in proprio. Se fosse andata male ci avrebbero fatti fuori tutti e due. Costava due miliardi e duecento milioni di lire. Il presidente del Monte dei Paschi di Siena, Mussari, mi diede una mano per poterlo acquistare, e fu un passaggio travagliato perché inizialmente le procedure costavano moltissimo, ma pian piano siamo andati a regime diventando un punto di riferimento mondiale per la chirurgia robotica».
Oggi Pier Cristoforo Giulianotti è un luminare di fama mondiale. Dopo essersi trasferito negli Stati Uniti, ha una cattedra di Chirurgia ed è a capo della divisione di Chirurgia robotica presso l’Università dell’Illinois a Chicago. Ad un recente congresso a Roma, davanti a cinquecento chirurghi provenienti da tutto il mondo, nel suo intervento il professore ha indicato il dottor Salvi, presente in sala. «Se io sono qui oggi lo debbo solo a questa persona». Gianfranco ha ancora la pelle d’oca. E gli occhi lucidi.
Il monumento di Orbetello
A Orbetello, nonostante la frequentazione dell’Argentario di tanti vip, l’ospedale casca a pezzi. Il sindaco, Rolando Di Vincenzo, gli ride in faccia quando Salvi gli promette un ospedale nuovo prima della fine del suo mandato. «Prima di lei – lo irride pubblicamente il primo cittadino – negli ultimi trent’anni ce l’hanno promesso tutti. Se ci riesce, togliamo il monumento a Garibaldi – indicando la statua dell’eroe dei due mondi alle loro spalle – e ne facciamo uno a lei…». «L’assessore regionale alla sanità Enrico Rossi – racconta il dottor Salvi – sbiancò quando gli chiesi i cinquanta miliardi che servivano. E mi accompagnò alla porta. Anche in quella occasione però, un aiuto insperato mi piovve dal cielo».
Il nuovo ospedale di Orbetello, con i suoi bei 150 posti letto, oggi è lì, e a costo quasi zero per la Regione. «Quella volta – prosegue sempre Salvi – mi diede una mano l’allora ministro della salute Rosy Bindi attingendo in larga parte a fondi del Ministero. Il resto lo raggranellai alienando dei beni della Regione che giacevano inutilizzati. Avevo conosciuto il ministro a una plenaria a Roma con tutti i direttori generali, ed era rimasta colpita da un mio intervento. Siamo rimasti amici». È stato il sindaco Di Vincenzo a non mantenere fede alla sua promessa. Niente monumento a Salvi. Nel luglio 2002 gli ha conferito solo la cittadinanza onoraria, quella sì, in segno di riconoscenza da parte di tutta la comunità orbetellana. «Ho agito sempre per il bene della persone – confessa – dei cittadini, di quelli che avevano avuto fiducia in me affidandomi incarichi. Dicevo sempre ai sindaci: non aspetterò che mi cacciate. Quando la metà più uno di voi esprimerà insoddisfazione per il mio operato, io me ne andrò da solo».
Anche a Pitigliano gli hanno conferito la cittadinanza onoraria. «Quando ci andai – ricorda Salvi – con la mezza idea di chiudere un ospedale improduttivo, mi resi conto di quanta strada c’era da fare per arrivarci da quello più vicino. Non poteva essere assolutamente chiuso. Potenziammo i servizi essenziali e lo lasciammo vivere». Guadagnandosi così, a vita, anche la commossa riconoscenza dei pitiglianesi. Anche per l’elisoccorso regionale, a servizio principalmente delle tante isole toscane, riuscì ad avere la meglio su diversi altri comuni che vi ambivano facendolo dislocare all’ospedale Misericordia di Grosseto.
«Non c’entra il prestigio di campanile – spiega sempre il dottor Salvi – ma la praticità del servizio rispetto alla posizione geografica. Grosseto era giusto l’epicentro di un’area che poteva abbracciare meglio anche i loro comuni. Costruimmo eliporti illuminati e segnalati sulle isole per poter essere attivi anche di notte. Ho collaudato personalmente l’operatività dei centri periferici insieme all’equipaggio del velivolo. Una strizza che non le dico quella di volare sul mare nell’oscurità. Una notte quando atterrammo sulla minuscola isola di Capraia c’era tutta la popolazione con il sindaco in testa ad aspettarci. Che festa che ci fecero! Molti isolani erano commossi per quella cosa fatta per loro, mai successa prima». Ma gli occhi di Gianfranco Salvi si velano subito di tristezza nel ricordare.
«Conoscevo benissimo quei ragazzi dell’equipaggio – confessa – il pilota, il copilota, il medico e l’infermiera. Morirono tutti nello stesso incidente, insieme al paziente, quando l’elicottero si schiantò contro una collina nel grossetano durante una missione di soccorso. Una tragedia. Ho pianto».
Ad uno come Gianfranco Salvi, che ha operato a lungo, con successo, sia nella sanità pubblica che privata è inevitabile chiedere se esista ancora il valore del Bene Comune. Ci pensa su un po’ prima di rispondere.
«Il Bene Comune non c’è nelle Marche – sillaba – ancora prevale, come anche in altre regioni limitrofe, su tutto, l’egoismo politico. Che poi fa scappare i medici. Ma non è così dappertutto. Non sò in Toscana, da dove manco da tanti anni, ma ci sono realtà dove il comune sentire, come lì ai miei tempi, è forte. Dove c’è rispetto per la persona, e per la sua vita. Dove c’è il sacrificio di chi ci lavora con passione, medici e infermieri per primi. Dove fra medico e dirigenza c’è un rapporto di collaborazione, empatia, volontà di costruire. Qui da noi purtroppo manca il colloquio fra la dirigenza e il corpo sanitario. Può essere fastidioso, ma stare ad ascoltare a volte può aiutare. Sennò va tutto a scatafascio, per una errata impostazione che dura da anni, e che si porta avanti per inerzia. Conosco realtà dove medici chiedono di entrare, anche sottopagati, solo per potersi formare professionalmente, e lavorare con soddisfazione. Nella nostra regione invece i medici sono quasi sempre bistrattati».
Si diverte ancora, ci dice, ad alzarsi presto la mattina per andare a fare il suo lavoro. Dopo aver lasciato, nel 2002, la guida della Asl di Grosseto, ha diretto tutte le aziende sanitarie private della nostra zona, Stella Maris, Villa Anna, Forum, Radiosalus, vivendo in un’epoca dove la contrapposizione fra pubblico e privato è molto sentita.
«Se io devo scegliere – afferma convinto – scelgo sempre il pubblico. Ho più fiducia, ci credo nel pubblico. Quello qualificato, buono, virtuoso, s’intende. Il pubblico non ha interesse nella gestione della sanità pura, come, invece, lo ha il privato, che dentro questo ambito, coltiva solo il suo orto per trarre guadagno. Smantellare la sanità pubblica è un danno irreparabile». Si guarda indietro il dottor Salvi.
«In molte imprese in cui sono stato impegnato – confessa – sono stato come trascinato. Percorsi nella previsione semplici, lineari, all’improvviso si ritrovavano davanti difficoltà, ostacoli, apparentemente insormontabili, lungo il percorso, a pregiudicarne il successo. Ho dovuto affrontarli e superarli tutti per non dover rinunciare a un sogno, per non dover ammettere l’incapacità di saper portare a termine un compito affidatomi da chi aveva riposto fiducia in me. E ogni volta, incredibilmente, mi si è aperta una porta, una insperata via d’uscita a situazioni oggettivamente difficili. Aiuti provvidenziali capitatimi troppe volte per non convincermi che qualcuno abbia sempre voluto guidarmi».
Abbiamo parlato a lungo nella sua biblioteca privata con centinaia di libri antichi, dal ‘500 in poi. Eredità paterne. E non solo. La sua ammirazione per Federico II° di Svevia. La sua predilezione per la Storia, magistra vitae. Per la Memoria da custodire sempre.
Fra antifonari del 1200 incorniciati e il sigillo d’oro con lo stemma di famiglia con cui i suoi avi autenticavano missive e lettere di affidamento fin dai primi anni dell’Ottocento. Di là c’è ancora il suo pianoforte che suonava da ragazzo. Ma adesso è tempo di bilanci.
«Le cose non sono andate come avrei voluto – intristisce – la Pfizer ha superato ogni più rosea previsione di crescita e di livelli occupazionali, ma per quello che riguarda la Sanità avevo grandi idee che non sono riuscito a realizzare. Non tutto è andato come volevo. Ho dato un grosso contributo, ma ha prevalso l’interesse, spesso meschino, privato, e della politica, di sfruttare situazioni e posizioni. Un interesse che non è stato mai il mio».
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